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Cosa succede se rimani chiuso di notte in un castello medievale? Lo scoprirà Elisa, finita a Susegana grazie al suo amore per i libri. Insieme a lei ci sono la paurosa Marta, il goloso Tommaso e Gabriele con la sua macchina fotografica. Quando il sole cala e i cancelli si sbarrano, la gita si trasforma in una sfida elettrizzante tra le mura che custodiscono il segreto del fantasma dell'ancella Bianca. Tra paurosi scricchiolii e strani avvistamenti, solo la furbizia e l'astuzia di Elisa potranno guidare i suoi amici. Una notte avventurosa che terrà i giovani lettori con il fiato sospeso!


Primo capitolo

Partenza per il castello

Ciao, mi chiamo Elisa, Elisa Costa. Con due mani posso ancora contare gli anni che ho: sono otto in tutto. Ho imparato a leggere presto, ancora prima di iniziare la scuola e da allora non mi sono più fermata. Se non ho un libro, leggo le etichette, i tubetti del dentifricio, le istruzioni della lavatrice, gli ingredienti dei biscotti. Altrimenti, scrivo qualcosa, così poi posso leggere.
Mia mamma si chiama Mimì, anche lei è bionda, mi assomiglia però indossa sempre una salopette di jeans. Dice che se ne trova una della mia misura, forse me la compera.
Ho un cappello largo perché mi protegge dal sole e dalla pioggia, ma soprattutto perché sono una piccola esploratrice, investigatrice e mi piace risolvere i misteri.
Anche se nessuno ci crede, sono capace di tagliare in due una goccia d’acqua, faccio limonate con i limoni e come mia mamma, sono capace di interrompere un sogno se diventa troppo brutto.
Grazie.

Scoppiano gli applausi, e pure qualche risata. Sono su un pullman lungo come un dinosauro e mi sono appena presentata ai miei compagni di gita. Solo alcuni hanno la mia età, quasi tutti sono grandi, anche più della mamma. La gita è stata organizzata dalla biblioteca del paese e io ci vado perché sono stata premiata dalla scuola per aver letto tanti libri.
La signorina che ci guida si chiama Donatella, sta passando il microfono ai partecipanti e tutti si presentano, anche i miei amici Marta e Tommaso, che sono seduti vicino a me.
Davanti, sul sedile accanto all’autista, riconosco la signora Pina che sferruzza con due ferri e un gomitolo giallo, e più indietro Gabriele: ha dieci anni e non smette di fotografare tutto con una piccola macchina digitale.

Mi ha già fotografato due volte, forse gli piaccio un po’, oppure è invidioso del mio cappello.
Dietro di noi c’è Carletto, un signore anziano dalla faccia quadrata e la camicia a scacchi. Ogni tanto interrompe Donatella per fare una battuta, ma nessuno ride, nemmeno lui.
Tutti gli altri partecipanti non li conosco perché io abito in paese da poco tempo.
Guardo fuori dal finestrino: ci sono colline verdi e tonde, campi con lunghe file di piante e qualche casa con il tetto rosso che sembra fatta di marzapane. Ogni tanto vedo una chiesetta, poi un fiume che brilla come se qualcuno ci avesse buttato dentro una manciata di specchietti. Le nuvole viaggiano davanti a noi, tutte gonfie e bianche, e io penso che forse anche loro stanno andando in gita.
«Il castello che andremo a visitare si chiama Castello San Salvatore e fu costruito tra il tredicesimo e il quattordicesimo secolo. Si dice che sia popolato da un fantasma che ogni tanto si fa vedere. Chissà se avremo anche noi questa fortuna» dice Donatella illustrando la nostra gita. «Dormiremo a Susegana e domani mattina presto partiremo per Venezia, una città che non ha bisogno di presentazioni.»
Marta mi tocca il braccio.
«Tu ci credi ai fantasmi?»
«Non lo so, non ne ho mai visto uno. E siccome sono trasparenti non si possono vedere, quindi come faccio a crederci?»
«Non sono trasparenti» interviene Tommaso, «sono bianchi, come le lenzuola.»
Vorrei dirgli che le mie lenzuola sono colorate, ma capisco cosa intende.
«Ma tu li hai visti?» gli chiede Marta.
«No, ma me lo hanno detto.»
A scuola, Tommaso è il più bravo in matematica e scienze e saprebbe fare i conti più veloce del computer. Però, è pigro e ha sempre fame. Ad esempio, adesso sta rosicchiando una barretta al cioccolato insieme a delle patatine. Infatti, è un po’ tondo, con la pancia davanti e dietro e anche sotto il mento.
Marta invece, sembra una bambolina: fa le boccucce, spalanca gli occhi, è bravissima ma anche paurosa e piange tutti i giorni. Inizia a piangere appena entra in classe, perché teme di non aver studiato abbastanza. E allora noi la prendiamo in giro, le diciamo che se continua a versare lacrime l’aula si allaga. Fingiamo di nuotare o annegare sotto il banco. Allora anche lei torna a sorridere. Adesso sta quasi piangendo perché resta via due giorni da casa e non ci è abituata. Anche per me è la prima volta, ma mica piango, e siccome non so come confortarla mi alzo dal sedile e vado nei posti davanti.
L’autista è un uomo grosso, con due baffi che paiono il manubrio di una moto. Ha la testa pelata, o meglio, ha qualche capello che trascina da una parte all’altra, lo coccola ed è per questo che spesso manovra il volante con una mano sola. Si chiama Guido Pestapiano e Donatella lo richiama.
«Le mani, Guido! Tutte e due sul volante.»
«Non si preoccupi, signorina. Lo sa come mi chiamavano quando guidavo i bolidi di Formula Uno? Fulmine! Ero così veloce che staccavo perfino la mia ombra.»
«Va bene, va bene, ma a noi non interessa quanto va veloce, e nemmeno della sua ombra: vogliamo che guidi con prudenza.»
Donatella continua a parlare con il microfono, ogni tanto fa ascoltare qualche canzone, racconta delle barzellette, degli indovinelli. È molto brava, simpatica però è anche distratta: oggi, invece della valigia, ha portato con sé lo zaino che usa tutte le domeniche per andare ad arrampicare in montagna. Se ne è accorta quando lo ha caricato sulla stiva del pullman.
«Uh! Ho sbagliato valigia» ha esclamato, per poi ridere così tanto da contagiare anche gli altri, che non capivano nulla.
Sì, Donatella è una pasticciona ma è molto divertente. È alta, altissima, così alta che le sue parole ci arrivano un po’ in ritardo. Ed è anche la mia maestra di scuola. È stata lei a insistere perché partecipassi a questa gita insieme alla mia amica Marta.