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Al Museo Egizio di Torino misteriosi furti interrompono le attività con le scuole, a ogni appuntamento spariscono preziose statuette per poi ricomparire puntualmente al laboratorio successivo. Sembra quasi uno scherzo, ma quando le statuette iniziano a non essere più restituite, la faccenda si fa seria. Un caso spinoso per la Banda del Gianduiotto, quattro amici e un simpatico cagnolone: il ladro potrebbe nascondersi in qualunque angolo della città, persino tra i banchi della loro classe. Per fortuna ad affiancarli nell’indagine c’è un amico dai poteri magici: il Cappellaio Matto.


Prologo

Le finestre della Seconda B affacciano tutte su Corso Massimo D’Azeglio.
Così, quella mattina, gli alunni non avevano tardato ad accorgersi che, da un’auto scura che si era fermata proprio di fronte all’ingresso della scuola, era sceso un signore che ben conoscevano.
Era stata Sabrina a vederlo per prima. Vestito con un completo grigio e una cravatta a righe blu e gialle, si era diretto verso il portone della scuola con passo deciso.
“Per quale motivo il responsabile dell’Ufficio Didattica del Museo Egizio dovrebbe venire di persona qui a scuola?” si chiese subito Sabri. “Magari sarà successo qualcosa durante uno dei laboratori che abbiamo svolto al museo nelle ultime settimane”.
«Hai visto Michi? È quel signore che ci ha fatto lo spiegone sull’importanza dei laboratori didattici il mese scorso, quando siamo andati la prima volta al museo. Chissà come mai viene qui a scuola? Secondo me c’è sotto qualcosa!» sussurrò all’orecchio della sua compagna di banco Michela, detta Michi Mouse, ma non perché somiglia al celebre topo della Disney, tutt’altro.
Michi è bionda, piena di riccioli, ed è la più corteggiata della classe.
«Per forza, quella fa ginnastica artistica, è normale che abbia un fisico snello e scattante!» aveva sentenziato un giorno una compagna di classe un po’ invidiosa.
E quindi, vi chiederete: “Perché Michi Mouse?”.
È un soprannome che le hanno dato quelli della Banda del Gianduiotto perché, appena ha un momento libero, si chiude in stanza, si fionda al computer e si lancia nelle operazioni più disparate. Al computer prepara anche il giornale della scuola su cui, ogni tanto, scrivono anche gli altri componenti della banda.
Insomma, il mouse non lo abbandona mai!
Volete sapere anche che cos’è questa “Banda del Gianduiotto”? Be’, questo ve lo spiego un po’ più avanti, prima devo dirvi per quale ragione il responsabile dell’Ufficio Didattica del Museo Egizio è arrivato nella scuola di Sabrina e Michela.
«Cosa vuoi che sia successo?» replicò Michi alla compagna di banco. «È mai possibile, Sabri, che tu senta sempre puzza di reati, indagini e malviventi? Cosa nascondi sotto quel cespuglio che hai in testa? Al posto del cervello hai una miniatura di Sherlock Holmes?»
Sabrina si riconosceva facilmente tra le compagne di classe per la sua chioma nerissima e piena di ricci. Per questo i compagni l’avevano soprannominata “Cespuglio”. Aveva una fissa per le indagini. Vedeva casi da risolvere ovunque. Fin dalla scuola primaria era sempre stata appassionata di gialli, divorando tutti i romanzi di Agatha Christie che le aveva regalato la nonna Paola.
L’incredulità di Michela venne però smentita dai fatti quando, dopo qualche minuto, la dirigente scolastica entrò in classe insieme al signore elegantemente vestito che avevano visto poco prima dalla finestra, chiedendo alla professoressa di poter parlare con gli alunni.
«Buongiorno ragazzi e ragazze, vi prego di ascoltare con attenzione quello che ha da dirvi il dottor Caruso, responsabile dell’Ufficio Didattica del Museo Egizio, che avete già conosciuto qualche settimana fa.»
L’inattesa situazione aveva monopolizzato l’attenzione di tutti.
«Buongiorno, come spero ricorderete, ci siamo incontrati il giorno in cui la vostra classe ha iniziato il ciclo di attività del museo dedicate agli ushabti, le statuette funerarie degli Egizi. Ecco, vi devo purtroppo informare che, da quel giorno, sono accaduti dei fatti molto strani. Già dopo il primo laboratorio, alcuni ushabti che avete utilizzato come esempi per le attività risultavano scomparsi. Non si tratta ovviamente di originali, ma di copie certificate di valore molto limitato. Ma il fatto è di per sé grave.»

Lo sguardo un po’ severo del dottor Caruso si posava alternativamente su ciascuno dei presenti. La sua affermazione aveva suscitato un certo scalpore e un po’ di preoccupazione in tutti, tranne Sabrina, che si sentiva eccitata da quell’inattesa situazione. La sua mente aveva iniziato a passare in rassegna i vari compagni e compagne per provare a capire chi potesse aver preso le statuette egizie.
«Ma ciò che è accaduto in seguito è ancora più misterioso» proseguì il dottor Caruso dopo una breve pausa. «Infatti, la settimana successiva, sempre al termine del vostro laboratorio, l’assistente capo, il signor Mario, mi ha riferito che le statuette rubate erano ricomparse, ma ne erano sparite altre. E questa cosa si è ripetuta ieri, durante il vostro terzo e ultimo laboratorio didattico: qualcuno ha riportato di nascosto le statuette rubate la volta precedente e ne ha sottratte altre. Vedete, ragazzi, ci è sembrato strano che questi fatti siano accaduti proprio in concomitanza con i vostri laboratori. Pertanto, se qualcuno ha visto, o sa qualcosa, è pregato di parlarne alla dirigente scolastica, che poi ci riferirà. Abbiamo concordato con lei che, se tutto verrà chiarito e le statuette restituite in tempi brevi, non vi sarà alcuna punizione per il colpevole, ma è importante che questa specie di gioco finisca. Se così non fosse, sarò costretto a informare le forze dell’ordine. Mi raccomando, conto sulla vostra serietà e confido che tutto si risolva il più rapidamente possibile. Ah, dimenticavo, ho lasciato alla vostra dirigente le foto delle tre statuette sottratte ieri, in modo che possa mostrarvele. Magari servirà a far tornare la memoria a qualcuno!»
Nel pronunciare quest’ultima frase, il dottor Caruso aveva lanciato un’altra occhiata severa a tutti gli alunni e le alunne della Seconda B. Poi, dopo aver salutato la dirigente e la professoressa, era uscito senza più voltarsi.
“Un caso per la Banda del Gianduiotto!” pensò immediatamente Sabri. E, strappato un foglio dal taccuino che portava sempre con sé come una vera detective, scrisse poche parole, lo ripiegò per bene e, dopo aver chiesto all’insegnante di poter andare in bagno, passando accanto al banco di Einstein, lo infilò nell’astuccio mezzo aperto.
Einstein, cioè Luca, preso dalla curiosità, lo lesse subito: “Ci vediamo oggi pomeriggio in pasticceria”.
Un messaggio un po’ criptico, che Luca però comprese subito: Sabrina stava dando appuntamento ai componenti della banda nel retro della pasticceria dello zio di Michi, famosa in tutta Torino per i suoi gianduiotti artigianali. Quello era il loro ritrovo abituale.
Fabrizio, lo zio di Michela, un giorno aveva commesso il tragico errore di offrire alla nipote e ai suoi amici una merenda a base di crema al gianduia, anche quella di sua produzione, proprio nella stanzetta che usava come retrobottega. Quel giorno, dato che la pasticceria si chiama “La Casa del Gianduiotto”, era nata l’idea di costituire la Banda del Gianduiotto, scegliendo quella piccola stanzetta come sede investigativa.
Come avrete capito, anche Luca è un membro della banda. Già, ma perché lo chiamano Einstein? Perché Luca è il classico secchione, quello che studia anche le pagine che l’insegnante non ha ancora spiegato, perché non si sa mai. Per lui il web non esiste, ma solo i libri cartacei. Passa quasi tutti i pomeriggi, quando non è impegnato con la banda, a studiare libroni enormi in biblioteca. I compagni della Seconda B dicono che è meglio di Wikipedia.
La sola che riesce a staccarlo dai libri è Michela, per la quale Luca ha un debole.
E poi, a Einstein, Luca ci assomiglia anche un po’: pallido, magrissimo, capelli eternamente spettinati, ha una camminata ciondolante, sempre immerso nei suoi pensieri, tanto che da un momento all’altro ci si aspetta di vederlo cascare lungo per terra.
«Hai visto che avevo ragione io a dire che doveva essere accaduto qualcosa di sospetto!» sussurrò Sabri alla compagna di banco, appena rientrata dal bagno.
«Ho capito, un nuovo caso per la banda! Avviserò lo zio che oggi andiamo a fargli visita. Chissà come sarà felice!» rispose ironicamente Michela che non sembrava così entusiasta come la compagna di banco di fare la detective.